giovedì 17 marzo 2011

Sull’amore sulla morte – di Patrick Süskind

Un libro è come un’avventura amorosa, non è mai dato di sapere quando e se avrà inizio – ovvero quando e se mai lo si leggerà; e neppure se mai il governo del caso porterà i nostri occhi a scorrerne le pagine. A volte lo abbiamo sotto gli occhi per anni e non ce ne accorgiamo, poi l’impulso di un attimo cambia tutto; così come ascoltare una frase o incrociare uno sguardo o sentire un profumo o l’esplodere di una risata, improvvisamente ci fa osservare una donna con occhi nuovi e consapevoli (o un uomo: metteteci la vostra preferenza che io mi tengo la mia ;-)).

Capita così di passare distrattamente per mesi o per anni, in libreria, con lo sguardo sopra un titolo e poi ieri di sceglierlo e subito leggerlo di slancio. Perché non ce n’è, con i libri si fa l’amore, altrimenti non si è lettori, ma solo utenti della lettura; ma allora lasciate perdere, trovate qualcosa d’altro da fare, il mondo è vasto, e se per voi un libro è soltanto un passatempo non avete capito un granché.

Gli argomenti trattati da Süskind in questo libretto sono e probabilmente saranno sempre quelli più ricorrenti nella letteratura, nell’arte e anche nella società: in quanto animali la nostra morte è inevitabile, così come la necessità imperiosa di trasmettere la nostra eredità ci spinge l’uno sull’altra; in quanto animali dotati della capacità di riflettere su noi stessi, è inevitabile che i due intrecciati poli della nostra animalità ci inducano a riflettere più di ogni altro. E a inventare, ricamare fantasie sovreccitate. Ecco, forse il limite di questa riflessione di Süskind come di quelle fantasie sovreccitate dei poeti, il limite della visione degli artisti, è di voler confinare l’amore (e la morte) in una dimensione artistica, dimentica della nostra dimensione di natura. Ma alla fine, è proprio questo a banalizzare la riflessione artistica sull’amore (e la morte), anche quando è artisticamente suprema. Perfettamente comprensibile in Goethe e ancor più in Kleist che scrivono duecento anni fa e che Süskind analizza, per altro con mirabile sintesi, ma non in Süskind stesso che scrive nel 2005 e ripropone, sebbene ancora con una maestria che lascia ammirati, riflessioni che potevano essere giustificate ancora nell’età romantica (e forse ancora oggi nelle fantasie più sovreccitate).

Scrive Süskind nelle pagine iniziali del saggetto:
Qualcosa di misterioso sembra connesso con l’amore, qualcosa che non si può conoscere con esattezza e si può spiegare solo parzialmente. Lo stesso si può dire anche con il big bang o quando ci si chiede come sarà il tempo fra due settimane. E tuttavia la teoria del big bang e le previsioni del tempo stimolano i poeti e il loro pubblico molto meno di tutto quello che ha a che fare con l’amore. Quindi nell’amore deve esserci qualcosa più del misterioso.

E più avanti, parlando di uno dei protagonisti del Convivio di Platone, il medico Erissimaco:
Oggi uno come lui probabilmente definirebbe l’amore uno degli innumerevoli fenomeni determinati dagli enzimi, dagli ormoni o dagli amminoacidi. A noi sembra banale. Poco edificante. E inoltre spiega poco. Perché definire non significa certo generalizzare, bensì al contrario circoscrivere e delimitare dal generale.

Infine:
Dalla canzonetta al Fidelio e al Flauto Magico, dal romanzetto all’Anfitrione di Kleist, tutto ciò che è scritto e cantato in queste opere cerca di esprimere la convinzione che l’amore è qualcosa di sublime, di divino, di liberatore, e la terminologia usata per cantarlo e descriverlo è rimasta religiosa fino ai nostri giorni.

Ecco. Sia chiaro: la poesia, l’arte hanno il diritto e forse il dovere di appellarsi al mistero, di sbrigliare la fantasia senza curarsi in alcun modo della nostra realtà di viventi; hanno il diritto di rifiutare la realtà per intessere il sogno di quella fantasia sovreccitata di individui che a tentoni provano a spiegarsi qualcosa che appare loro inspiegabile. E appunto sublime perché inspiegabile (e perché tanto stravolgente sui sensi). Come sublimi possono essere le opere che se ne traggono. Se a farlo sono Goethe o Kleist, quando invece ci toccano Baricco o Susanna Tamaro afferrare una roncola e nutrire propositi sanguinari è un impulso salutare ;-).

Ma Süskind nel 2005, nel proporre una riflessione, ha il diritto di proporcela – lui sì, in fondo - così banale, forse incompleta? Forse volutamente incompleta, perché cosa ci sia oltre il misterioso è individuato, ma l’autore lo tralascia con (sospetta) noncuranza. Che il poeta voli, e ci trasporti con lui lontano da noi stessi e dalla terra cui siamo ancorati va bene. E’ sano, perfino: se non ci facciamo travolgere, se guardiamo a Goethe e non a Kleist (di Kleist godiamoci l’arte e basta); se nel sollevarci dalle fatiche del quotidiano egli ci restituisce il potere che è anche nella nostra mente, quello di trovare in noi stessi la tensione artistica, ovvero la capacità culturale pienamente umana di trasmetterci le nostre emozioni. Che questo continui perché possiamo non dimenticarci mai quale strumento fine ci abbia consegnato la storia evolutiva della nostra specie.

E qui si innesta quanto scrive Süskind di Erissimaco. Davvero la posizione di Erissimaco oggi sarebbe banale? O quanto più potente, invece, è la consapevolezza che possiamo avere della nostra storia naturale? Che è parte integrante della storia della vita sul nostro pianeta. L’amore è un “miracolo” non perché è misterioso (anche se è molto più appagante che i poeti lo cantino come tale), ma perché è un meccanismo che ci proviene da un percorso di centinaia e centinaia di milioni di anni. Perché è inscritto nella nostra carne, ben prima e con ben maggior forza che nella nostra anima, che della nostra carne è il prodotto interamente – e solamente – animale. Perché nelle nostre vene sono quegli ormoni, quegli enzimi disprezzati a risvegliare la fantasia sovreccitata dei poeti. Perché nessun’altra cosa è in grado di scuoterci come animali umani quanto la potenza dell’urlo della genetica che ci ricorda il nostro posto in questa storia che ci giunge dai primordi della vita sulla terra e che attraverso di noi ci impone di venire proseguita nel futuro. Un urlo feroce e rabbioso, l’urlo che ci rammenta che siamo vivi e cosa sia davvero la (nostra) vita. E che moriremo una volta svolto il nostro compito. Con una bestia del genere dentro, tanto piena di vigore e violenta, il misterioso mi pare impallidire. Giungere alla consapevolezza non può essere mai banale, tanto meno quando è appunto così forte e violento, così terribilmente vivo ciò che ci chiede di essere pienamente compreso, interiorizzato in ogni nostra fibra. Al netto dei poeti, certo; ma voler banalizzare la nostra natura di animali autoconsapevoli mi pare, questo sì, una banalizzazione.

Ma forse anche Süskind, nonostante l’acutissima analisi in parallelo che compie nel finale del suo scritto delle figure messianiche di Orfeo e di Cristo, non riesce del tutto a sottrarsi alla cupissima tristezza semitica che il cristianesimo ha infiltrato nella cultura occidentale; non riesce a dimostrarsi compiutamente orfico, a dare forma artistica alla natura nella sua interezza, ad accettare e comprendere la natura umana per quel che è e non per quello che la fantasia sovreccitata, questa volta di perniciosi profeti e non di poeti, inventa senza alcuna consapevolezza reale, rifiutando il nostro retaggio.

Non ho parlato molto, nello specifico, del libro, ma non me ne sono allontanato. Seppure abbia le riserve sopra espresse, la lettura del volumino è davvero stimolante e appagante, innesca così tante suggestioni e riflessioni – e il libro è così ben scritto – da essere un’avventura da fare e rifare.

Con un libro si fa l’amore. Ogni giorno in modo nuovo e diverso.       

domenica 22 agosto 2010

La carità che uccide – di Dambisa Moyo


Il tema di questo libro è senza dubbio visto come "controverso". In realtà, controverso lo è solo ai nobili occhi foderati di prosciutto buonista di troppi cittadini occidentali (in tal modo manipolabili e manipolati dai titolari di interessi che proprio nobili non sono, a partire dai loro stessi governi). Dambisa Moyo si limita, a mio giudizio, a esporne la logica in modo implacabile. Il che non è poco. Anzi è davvero molto, dal momento che nessuno lo ha detto in precedenza meglio di così e con altrettanta convinzione. E' un libro non solo da leggere, ma da meditare. 

La carità fa male, e quella eccessiva lo fa eccessivamente. Il tema è questo. E non è tanto il supporto di cifre, report e quant'altro a rendere il libro davvero assertivo: è la narrazione logica e piana di un ragionamento basato sull'osservazione di sessant'anni di politiche fallimentari che hanno inondato l'Africa di denaro creando una classe parassitaria (non solo africana, per altro, e l’autrice lo sottolinea) che sugli aiuti occidentali prospera rubandoli, drenando ulteriormente le risorse, moltiplicando le occasioni di conflitti che destabilizzano il continente. Divenuti voce stabile del bilancio delle nazioni africane gli aiuti, provenienti dai singoli stati occidentali o dalla longa manus del capitalismo occidentale rappresentata da FMI e Banca Mondiale, hanno naturalmente soffocato sul nascere la possibilità di favorire lo sviluppo di una classe di piccoli e medi imprenditori locali e di una classe media tout court. Dopo sessant'anni di aiuti, l'Africa è parecchio più povera di allora (e già allora era probabilmente più povera di quando si scatenò l'ondata colonialista nell'800). Sulle cause di questa persistenza in una politica fallimentare l’autrice è però reticente. Omette di rilevare come essa non sia soltanto utile alle corrotte classi dirigenti delle nazioni dell’Africa sub-sahariana e alla pletora di attori occidentali coinvolti a vario titolo nel business degli aiuti. Il flusso costante, poderoso e a oggi inarrestabile degli aiuti internazionali all’Africa è stato il pugno di ferro rivestito di morbido velluto con il quale le nazioni occidentali hanno continuato a esercitare la tutela e lo sfruttamento dell’epoca coloniale. Le nazioni asiatiche, che avevano già o avevano già avuto infrastrutture economiche e finanziarie funzionati sono riuscite o stanno riuscendo a liberarsi della tutela. 


Se l'individuazione del problema resta cristallina al di là dell’omissione, ed esposta con accuratezza e spietatezza, qualche perplessità me la lascia il ventaglio di soluzioni proposte. La fiducia che la dottoressa Moyo ripone nei meccanismi (diversificati e molto acutamente selezionati per altro) di mercato che indica, è scontata e naturale in una ex consulente della World Bank ed ex funzionaria Goldman-Sachs, ma ugualmente essa è eccessiva. E' pur vero che ben difficilmente qualcosa potrebbe essere peggio della continuazione dell'attuale status quo, e che probabilmente una sorta di terapia intensiva è necessaria per salvare da morte certa il paziente comatoso. La stessa autrice appare in effetti consapevole che quanto propone non è il santo graal, ma la ormai vitale e non più rimandabile medicina per la sopravvivenza: non resta proprio più altro. Quando il moribondo sarà uscito dal coma, quando cioè la sua classe dirigente parassitaria sarà stata falcidiata, la corruzione limitata, posto in grado di funzionare il minimo di infrastrutture (sia produttive che sociali) necessarie allo sviluppo - quando tutto questo sarà avvenuto, allora si potrà e dovrà tornare a discutere. Dovranno farlo gli africani, cioè.




Ah, su una cosa la dottoressa Moyo ha ASSOLUTAMENTE ragione: se in occidente continueremo a baloccarci con le cazzate, in pochi decenni la Cina, con il suo approccio pragmatico all'economia africana e che sta pure funzionando molto meglio del nostro nel favorire lo sviluppo economico africano (approccio che seppure in ritardo l'India pare decisa a seguire) spazzerà via l'influenza occidentale in Africa. E l'Africa è un'arca di risorse...

venerdì 9 luglio 2010

mercoledì 30 giugno 2010

Bus readings I - per leggere in ogni momento


La lettura è in primo luogo un amore, non ci piove. Amore per le storie, amore per le parole. Amore per i libri. Può essere anche tante altre cose naturalmente. Anche una fuga, certo. Fuga dalla realtà, ri-certo. E’ però una realtà specifica quella a cui penso. Quando in autobus (o in treno) cominciano a volare i “signora mia”, o siamo stati abbastanza previdenti da portare con noi un libro oppure è inevitabile cominciare a elaborare ingegnosi metodi di omicidio (o suicidio, dipende dalle inclinazioni personali). Siate preparati, insomma, abbiate con voi delle letture adatte alla bisogna. Intendo adatte non per gli argomenti, quelli ognuno se li sceglie, ma proprio adatte al luogo e alle condizioni di lettura. Quali che siano le nostre inclinazioni, diventa difficile portarsi da leggere in autobus It di Stephen King oppure Infinite Jest di David Foster Wallace: meglio lasciarli per il treno. Sull’autobus si può essere costretti a richiudere rapidamente il libro perché si è arrivati alla fermata senza accorgersene. E poi i tragitti – in genere – sono meno lunghi. Le dimensioni insomma non contano solo per Rocco Siffredi.

Qui di seguito butto giù una prima listarella di piccoli consigli per la bisogna. E visto che parlavo di ingegnosità nell’elaborazione di metodi per sbarazzarsi dei molestatori, il modo migliore per iniziare è sicuramente con…

Delitti esemplari. Di Max Aub. Aub è famoso soprattutto per il suo romanzo Jusep Torres Campalans, geniale “biografia fittizia” di un pittore mai esistito. Ma questo librino minimo non è meno geniale. I delitti immaginati e immaginari che popolano le sue scarse pagine sono narrati con una tale gioia liberatoria, con un’innocenza festosa e crudele da lasciare ammirati. In poche righe ogni volta Aub descrive un carattere, una persona, una storia umana con fulminea precisione. E la gioia… la gioia di dare a tutti ciò che si meritano! ;-)

Il Procuratore della Giudea. Di Anatole France. La storia è quella ma non è proprio quella. Un Pilato anziano discute con un suo amico, Lamia, esternando nel dialogo un forte risentimento antigiudaico. E Cristo? Vaghi ricordi. Al di là delle riflessioni di France sulla storia e il significato di questa e della riflessione storiografica, nonché sull’antisemitismo (antico come moderno), l’interesse per questa novella è soprattutto letterario. Scritta con eleganza e sobrietà che lasciano ammirati, consegna al lettore un ritratto umano tra i più affascinanti e riusciti.

Il mare e la sua sponda. Di Elizabeth Bishop. In questo minuscolo libriccino ci sono due ancor più piccoli racconti di questa grande poetessa americana. E la visionarietà, il rigore stilistico, la scelta precisa e rigorosa delle immagini narrative e figurative sono senza dubbio quelle del linguaggio poetico. L’un racconto e l’altro, quello sulla spiaggia del mare e quello dell’uomo che freme per essere rinchiuso in prigione, parlano di libri, di storie. E di fantasia. Del grande potere che ha la nostra immaginazione creativa e creatrice.

Una giuria di sole donne. Di Susan Glaspell. Giallo puro, classico e canonico, anche. Gli elementi del giallo ci sono tutti – il delitto, l'investigazione, la psicologia del movente, lo scioglimento del caso. In più vi è molto altro: l'eterna dicotomia/antitesi legge/giustizia vi trova una rappresentazione esemplare e compiutamente esplicativa. E questa storia di donne che commettono e coprono delitti – nella beata ignoranza e insipienza degli uomini – spinge a interrogarsi sul senso della locuzione “giuria di propri pari”. Forse ha ragione proprio Susan Glaspell…

Capitalismo totale. Di Jean Peyrelevade. Non di sola letteratura dovrebbe vivere il lettore sano. Questo breve libretto non è freschissimo visto che il suo autore l’ha scritto ormai nel 2005, ma sulla crisi economica in atto dice molto e meglio di tante analisi che ancora adesso si leggono. Jean Peyrelevade è stato presidente e amministratore delegato del Credit Lyonnais, dunque è stato uno dei grandi banchieri d'Europa. Non è insomma un kommunista arrabbiato, neppure in forma vaghissima (a meno che non siate dei sopravvissuti monetaristi di Chicago col cervello calcificato da troppi anni di finanza allegra e stronzate in salsa friedmaniana ;-)). E' per ciò, che questa mirabile sintesi della struttura economica planetaria che il capitalismo finanziario ha plasmato negli ultimi decenni è particolarmente illuminante e disperante.


Max Aub (1903-1972)

Anatole France (1844-1924)
Elizabeth Bishop (1911-1979)

Susan Glaspell (1876-1948)

Jean Peyrelevade (n.1939)

mercoledì 23 giugno 2010

La particella mancante – di João Magueijo


Quella di Majorana è una figura davvero affascinante nella storia della nostra cultura. Fu senza dubbio una delle menti scientifiche più brillanti dello scorso secolo, il solo paragone possibile credo sia quello con Albert Einstein; ma un carattere a dir poco peculiare e la precoce scomparsa lo relegherebbero nel patrimonio di conoscenze specifiche dei fisici se non fosse per le modalità di quella precoce scomparsa che ne hanno fatto quasi una star mediatica.

Leonardo Sciascia, suo conterraneo, dedicò al “Caso Majorana” un libro splendido, ampiamente e giustamente citato da Magueijo. Però il grande fisico fu molto più della sua enigmatica uscita di scena: che si sia suicidato buttandosi in mare o ritirato dal mondo rinchiudendosi in convento, oppure sia stato rapito da fantomatici emissari di una fantomatica potenza straniera, ciò che di lui è importante è un lavoro scientifico che, rimasto esiguo per le bizzarrie del suo carattere e la brevità della sua stagione, tuttavia continua a essere fonte di possibili sviluppi teorici e conoscenze pratiche a oltre sette decenni da quando di lui si sono perdute le tracce. E ciò che di lui è davvero affascinante ancora una volta non è la sua scomparsa: Ettore Majorana fu uomo e scienziato tormentato e complesso.

L'autore, il fisico e cosmologo João Magueijo


Follia è un termine che si usa spesso a sproposito, quando non si è in grado di interpretare la complessità che esula dagli schemi in ottemperanza ai quali i nostri pensieri e comportamenti vengono programmati (dai parenti, dalla scuola, dalle istituzioni; oggi, ahinoi, da una pletora di media aggressivi e superficiali). Majorana è a volte descritto come folle: perché è così difficile cogliere i motivi del suo disagio, della sua incapacità a rapportarsi a quegli schemi di comportamento e pensiero codificati – e follia è un termine così facile e comodo, perfetto per schemi di pensiero incapaci del minimo sforzo per capire la complessità. L’ipotesi di un uomo completamente assorbito dai suoi studi e per questo lontano dal senso comune e perfino squilibrato è destituita di qualunque validità.

Resta difficile comprendere in profondità le cause e le ramificazioni di un comportamento che fu asociale: nel senso stretto di un’inabilità vera e propria a conformarsi alle convenzioni del suo ambiente e in genere della società, e del disagio conseguente che lo portò a isolarsi, socialmente ma anche intellettualmente. Né però la complessità di Majorana si esaurisce nelle sue ombre: come Magueijo caparbiamente e abilmente mette in luce egli era dotato di un umorismo ingegnoso e sottile (forse troppo sottile per chi lo circondava), e nella giusta compagnia e con i pochi scelti amici era tutt’altro che chiuso. L’uomo schivo, restio a pubblicare il suo lavoro aveva però un senso fortissimo della teatralità, amava stupire – anzi folgorare - gli altri con il suo intelletto. Il rapporto irrisolto con il sesso femminile (con il sesso in genere: non gli si conosce relazione qualsivoglia) non completa il ritratto, lo rende anzi ancora più nebuloso per l’impossibilità di determinare il suo peso finale nella personalità e nella vita di quest’uomo geniale. Majorana attraversò la temperie politica, ma soprattutto sociale, del fascismo, sbattendosene. Quel che si ricava è che fu acutamente consapevole degli aspetti ridicoli e grotteschi di un regime cialtrone e che cancellò i pochi buoni risultati ottenuti con il Risorgimento, ma non era minimamente interessato alla politica attiva. Può apparire strano nell’esponente di una famiglia, che seppure affermatasi di recente, nelle generazioni immediatamente precedenti a quella di Ettore aveva dato uomini politici di rilievo all’Italia: ma in questo il grande fisico mi pare coltivasse lo sdegno di certo patriziato siciliano, che se non è profondamente ammanicato, se ne sbatte appunto altamente. E ricercando ciò che contribuì a plasmare quest’uomo così sfaccettato e difficile, così sfuggente alle definizioni e alle indagini (non, banalmente, quelle sulla sua scomparsa) inevitabilmente si approda a una famiglia che nel suo complesso emerge come non meno caleidoscopica, difficoltosa da inquadrare, contraddittoria e irriducibile a semplicità del suo esponente più illustre. Un materiale – umano, intellettuale, culturale – che come si vede solo un narratore dal talento grande e particolarmente portato per il dettaglio fine e le architetture letterarie complesse avrebbe potuto immaginare. E che invece fu un uomo vivo e arduo da accostare e interpretare. Riportato amorevolmente in vita in questo libro, seppure nei limiti di un tale accidentato attingimento.

Credo che per scrivere una buona biografia di un uomo di scienza ne serva un altro, per poter comprendere a fondo quell’aspetto così determinante che è la creatività scientifica nei suoi risvolti tecnici e psicologici; e a sua volta Magueijo è brillante uomo di scienza, capace di costruzioni intellettuali coraggiose e non conformistiche (il fisico portoghese è stato tra coloro che hanno sviluppato l’ipotesi della variabilità della velocità della luce, tra l’altro negli istanti iniziali dell’universo quando, secondo tale teoria, essa sarebbe stata superiore per decine di ordini di grandezza). Si dimostra anche un divulgatore affascinante e limpido, aspetto importante per il lettore non tecnico, visto che le parti in cui ci si addentra nell’illustrazione di argomenti di fisica non esattamente elementare (specie i risvolti più recenti) sono numerosi.   

Da buon fisico teorico, Magueijo non si sottrae alle seduzioni delle ipotesi e delle speculazioni, ma nel ricostruire la vicenda umana di Majorana si attiene anche con scrupolo alla realtà dei fatti per noi ricostruibile. E del resto la sua vicenda emerge da quei fatti, che pure sono pochi, con urgenza e chiarezza. E’ proprio esplorando, indagando, quasi vivisezionando fatto dopo fatto che Magueijo porta la figura di Majorana ad affiorare sulle pagine del suo libro. Ne analizza spassionatamente il rapporto con una famiglia dove convivevano rigidezze e chiusure e spericolatezza intellettuale, senza forzare interpretazioni psicologiche che non siano ricavabili per il lettore da quanto egli offre alla sua lettura; mostrando la straordinaria funzione di stimolo che essa ebbe, e il dibattersi di una personalità abnorme come quella di Ettore Majorana entro le sue maglie. Di straordinaria vividezza è la ricostruzione del rapporto di Majorana con i “Ragazzi di Via Panisperna”, il gruppo di talenti della fisica che tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30 vennero radunandosi presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Roma sotto l’ala protettiva del suo direttore, Orso Mario Corbino: i vari Enrico Fermi, Franco Rasetti, Edoardo Amaldi, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo e altri. Un rapporto, che ben al di là delle agiografie ed eroiche mitologie che hanno plasmato il santino del gruppo di italici eroi, fu, per Majorana, ancor prima che di rivalità, di sostanziale estraneità. Antitetiche le personalità di Majorana appunto e di Fermi, che dei “Ragazzi” era il perno oltre che il capo, perché vi potesse essere una minima sintonia. Antitetiche per preparazione culturale e per spirito (perfino per intelligenza e creatività scientifiche – ma chiunque rischiava la magra figura a confronto di Majorana). E se Fermi sviluppò questa contrapposizione in termini di competitività e risentimento, la reazione di Majorana fu – prevedibilmente – più complessa. Egli tese a marcare nei fatti la sua estraneità, rifiutando una vera incardinazione nel sistema universitario e dell’Istituto romano (essa avverrà solo pochi mesi prima della sua scomparsa e all’università di Napoli), e appare aver sempre calato dall’alto i frutti del suo intelletto nella non lineare collaborazione con i “Ragazzi”; senza contare che lo sfoggio del proprio talento in faccia agli altri fisici non di rado era fatto con gusto malizioso.
I Ragazzi di Via Panisperna. Da sinistra: il chimico Oscar D'Agostino, Emilio Segré, Edoardo Aamaldi, Franco Rasetti ed Enrico Fermi 

Majorana pare aver sempre mostrato un atteggiamento paradossale verso quei frutti del proprio ingegno di cui dicevo, e di cui non sembrava curarsi minimamente: vi sono molti riscontri - e non vi è motivo per altro per non credere alle affermazioni di uomini che non avevano ragione per essere teneri o benevolenti con lui – sul fatto che egli abbia anticipato molti risultati della fisica nucleare degli anni ’30, ma che buttasse, alla lettera, i suoi studi nella carta straccia. A tutto questo si aggiunge il “buco nero” degli anni dal 1933 al 1937, durante i quali visse e lavorò rinchiuso in casa: la produzione scientifica di quel periodo andò perduta completamente dopo la sua scomparsa, apparentemente più che altro per incuria.  

Sotto il profilo letterario Magueijo risulta assai convincente nell’applicazione di uno stile colloquiale e diretto di incisiva immediatezza, e mettendo in mostra un vero talento affabulatorio che come anticipato non gli difetta neppure nelle sezioni dove si dilunga nei dettagli del lavoro scientifico di Majorana e altri.
Orso Mario Corbino, la mente organizzativa dietro molti dei successi della fisica italiana degli anni '20 e '30

Ovviamente Magueijo non si sottrae in nulla al richiamo della cause célèbre Majorana, il suo volatilizzarsi nel nulla alla fine del marzo del 1938. Come potrebbe? Non solo essa appare parte integrante della personalità del fisico italiano, ma inevitabilmente è uno dei grandi motivi che suscitano interesse per la sua figura, non per ultimo nello stesso autore della biografia. Lo scienziato portoghese, però, pur non sottraendosi neppure alla speculazione nel merito di cosa sia effettivamente accaduto (ciò che fa con eleganza e sobrietà) ha la capacità di inserire la vicenda terminale di Majorana nel mosaico della sua vita come tassello integrato.      

Per questo è un peccato che un titolo, a un tempo sublime e rigoroso quale A Brilliant Darkness: The Extraordinary Life and Disappearance of Ettore Majorana, the Troubled Genius of the Nuclear Age debba trasformarsi nel sensazionalistico, più banale e impreciso La Particella Mancante – Vita e mistero di Ettore Majorana, genio della fisica. Editori e traduttori italiani sembrano tendere con particolare gusto alle soluzioni triviali.

giovedì 17 giugno 2010

Quattro racconti di Saki (Hector Hugh Munro): Tobermory / The Unrest-cure / Sredni Vashtar / The Story-teller


Considerato in genere un autore “minore”, forse anche per la quasi esclusiva propensione a scrivere racconti brevi o brevissimi, Saki ci ha però consegnato un ritratto della società britannica del suo tempo di rare incisività e cattiveria.

Con la sua penna avvelenata, questo fecondo maestro della short story ha tratteggiato in rilievo una galleria completa di tipi umani: le persone dabbene della società edoardiana, quella varia umanità post-vittoriana erede diretta dei riti, le fobie, le inibizioni che hanno caratterizzato un’epoca assurta a simbolo dell’ipocrisia borghese con le sue piccinerie e censure spirituali. Saki unisce nei suoi racconti una grande abilità nella costruzione di trame efficaci, il gusto quasi sadico per una satira di costume tanto efferata quanto senza appello, e quello beffardo e thrilling per il dettaglio macabro. Lo sorreggono la finezza con la quale pennella in poche battute i personaggi e la destrezza con cui fa uso delle risorse linguistiche a sua disposizione. Nello spazio di brevi racconti forse non è possibile fornire approfondite analisi psicologiche, eppure le sintetiche descrizioni di Saki sono così taglienti da arrivare ugualmente in profondità e consegnare al lettore, completamente indifesi e nudi, i bersagli dei suoi strali. La lingua inglese, con quei vertici di formalismo rari tra le lingue europee e la ricchezza e plasticità del suo vocabolario, gli permetteva accuratezza estetizzante per il dettaglio e precisione iperrealista nella caricatura, entrambe decisive per l’abrasiva istantanea di vita edoardiana che egli compose. E, va detto, per la non meno abrasiva satira di comportamenti, abitudini, schemi di pensiero che non sono limitati entro epoche storiche o luoghi geografici, ma assumono piuttosto caratteri di universalità. Irregolare della letteratura e della società, personaggio complesso e problematico, tormentato spirito avventuroso sul quale forse incise la nascita nelle colonie, in Birmania, e la frustrazione per il fallito ritorno in quei luoghi durante la prima età adulta, Hector Hugh Munro sviluppò sotto il nom de plume di Saki quella distaccata osservazione dei suoi simili che tradusse nella ferocia con cui li mise alla berlina e che lascia quasi del tutto fuori uno slancio umanistico di redenzione.

Saki scrisse la quasi totalità dei suoi racconti nell’arco di poco più di un decennio, dal 1902 allo scoppio della I Guerra Mondiale per la quale partì volontario benché non fosse più di primo pelo. Morirà nel 1916 sul fronte francese.

Tobermory, The Unrest-cure, Sredni Vashtar e The Story-teller sono tra i racconti più noti dell’autore e sono stati recentemente ristampati nell’ambito dell’iniziativa editoriale delle Short Stories dell’Espresso, che da tempo offre in allegato al settimanale dei libretti che presentano, nel testo originale e in traduzione italiana a fronte, racconti o brevi novelle dal ricchissimo patrimonio della narrativa breve delle letterature anglosassoni.

Tobermory mette in scena le dinamiche che si instaurano all’interno di un gruppo nutrito di quegli esponenti della buona società inglese del tempo. Saki li riunisce in una grande villa di campagna, ospiti degli abbienti padroni di casa. Sono certamente annoiati, pettegoli, ottusi, aridi, concentrati sulle futilità della loro vita e sugli obblighi di mascheratura imposti da un’ipocrisia che è profondo habitus mentale ancor più e prima che stile di vita. I cortesi e oliati rituali del gruppo vanno in frantumi quando l’autore attua l’éscamotage di una diversione nel surreale introducendo il bizzarro personaggio di Cornelius Appin, a metà tra il ciarlatano e lo scienziato genialoide. Questi annuncia di aver finalmente coronato lo scopo di tutta la sua vita, riuscendo a insegnare a parlare al gatto di casa, Tobermory. Una bellissima cosa, se non fosse che Tobermory, prontamente convocato dinnanzi al consesso degli sfaccendati riuniti, mette in mostra la riprovevole abitudine di raccontare la verità iniziando a spiattellare gli altarini degli umani presenti: chi ha detto cosa di chi altro; chi vede chi; abitudini più o meno vergognose; scopi meschini più o meno reconditi. Per fortuna di molti, il gatto si interrompe dopo le prime rivelazioni per gettarsi alla rincorsa del grosso gatto dei vicini. L’esibizione è stata più che sufficiente, però, per gettare il gruppo nel pieno scompiglio e far venire i sudori freddi a tutti. Ha così inizio, mentre ci si guarda in cagnesco e affiora il malanimo, la discussione su come correre ai ripari – ovvero come far fuori il linguacciuto felino (e un pensierino viene dedicato anche al suo insegnante…). Da pungente, Saki si fa beffardo e crudele. Macabro. Forse perfino malvagio. Le mille paure, i trasalimenti di questi begli esemplari umani, il loro affannoso chiedere alla servitù se il gatto è rientrato e ha mangiato dalla sua scodella rifornita del cibo che si è alla fine deciso di avvelenare come soluzione più semplice: Saki è a dir poco diabolico nel conferire tutta la coloritura nera del caso a dialoghi e azioni, e spessore tridimensionale all’atmosfera di risentimento e sospetto creata. Tobermory libererà la compagnia dalle ambasce facendosi ritrovare il giorno dopo cadavere in giardino, scannato dal gattone dei vicini. Ma è proprio il sollievo e il ricomporsi dei rituali a rappresentare un’ulteriore frustata di Saki, che poi affida la chiusura, su una nota di umorismo nerissimo, a Clovis, personaggio ricorrente dei suoi racconti e al quale spesso delegava il compito di assestare qualche legnata ai benpensanti. Questi, commentando la notizia che Cornelius Appin era morto calpestato dagli elefanti allo zoo di Dresda in Germania, si esprimerà affermando che “If he was trying German irregular verbs on the poor beasts, he deserved all he got.”.

Clovis torna in The Unrest-cure, dove è anzi il mattatore. Riflessa in quella di una ricca coppia di fratello e sorella, Saki mette alla gogna la più vieta abitualità nei comportamenti umani, che qui sfocia nel ridicolo del disagio spirituale provato da una coppia di fratello e sorella perché un tordo – forse un tordo diverso da quello che loro conoscono da anni – ha fatto il nido in un punto del giardino diverso dal solito. La miseria e la monotonia di esistenze che hanno giorni e orarii programmati per avere mal di testa. Clovis ascolta in treno i discorsi del fratello, J.P.Huddle, il tedio infinito per una vita senza accadimenti eppure terrorizzata da ogni possibile imprevisto. Decide perciò di offrire ai due una speciale Unrest-cure: una cura dell’Antiriposo. Il modo in cui gliela procurerà non è importante (lascia però ammirati il funambolismo verbale e scenico messo in atto da Saki per farlo). Ciò che è importante è la tempesta psicologica e domestica, descritta in modo magistrale, che la burla architettata da Clovis con smagata cattiveria scatenerà nei malcapitati fratello e sorella. I due ne escono a pezzi, come a pezzi escono dalla descrizione del rapporto di sudditanza psicologica della upper class nei riguardi della Chiesa. Ancora una volta il black humour di Saki trionfa, e il lettore prova un perverso piacere nell’assistere all’angoscia degli Huddle che pensano di ospitare in casa loro l’arcivescovo, il quale avrebbe deciso di sterminare gli ebrei del circondario, servendosi alla bisogna anche di un manipolo di feroci boy-scout. Shock and awe, si direbbe oggi. Ma forse è solo che gli Huddle sono così terribilmente formali e dabbene. Insomma ottusi.

Sredni Vashtar, tra i quattro racconti, è forse quello dove il macabro e la crudeltà raggiungono il culmine. L’aspetto satirico si stempera e lascia maggiore spazio agli aspetti psicologici della vicenda e ai dettagli grotteschi. Sredni Vashtar è un grosso furetto. L’animale è segretamente custodito in una rimessa da Conradin, il bambino protagonista del racconto. Di Conradin sappiamo che è ammalato, e probabilmente non vivrà a lungo, e che odia la cugina, la signora De Ropp, la quale MAI dovrà venire a conoscenza dell’esistenza di Sredni Vashtar. Cugina e tutrice, la signora De Ropp è incarnazione di tutto ciò che è rispettabile, normale, rigido e privo di fantasia. La fantasia è invece la sola arma con la quale Conradin sfugge occasionalmente alla sua guardiana. Conradin ha fatto del suo furetto una divinità, a lui eleva preghiere e impetra grazie: quella di levargli di mezzo la cugina, per esempio e per prima. Nulla di troppo strano, a tutti noi è capitato di augurarci la più o meno serena dipartita di qualcuno particolarmente molesto. Magari non attraverso i buoni uffici di un nume privato con le sembianze di un mustelide. Però un bambino solitario, malato e dall’immaginazione fertile e infiammata può certamente arrivarci. Al mustelide. Saki elabora studiatamente la psicologia e i comportamenti del bambino, e le opposte reazioni della donna. Dal loro reciproco non sopportarsi, malcelato soprattutto nel caso della adulta, traspare in filigrana e poi con sempre maggiore evidenza la potenza patogena delle convenzioni sgradite che costellano i legami familiari; il sadismo che sovente ne consegue nelle relazioni interpersonali tra chi detiene e chi subisce il potere; e il risentimento che si stratifica nel tempo per poi esplodere apparentemente a sorpresa. Ed è proprio ciò a cui assistiamo: i piccoli e grandi sadismi, il risentimento che monta. E le preghiere a Sredni Vashtar. E’ con gioia evidente che al termine di una vera e propria caccia al tesoro, la signora De Ropp, insospettita dalla frequenza e durata delle visite di Conradin alla rimessa, gli sottrae la chiave della misteriosa gabbia che il bambino custodisce. Saki si supera nella fulminea descrizione dello psicodramma che segue: il bambino assiste dalla finestra della cucina all’ingresso trionfale della donna nella rimessa, in un tumulto di emozioni si rivolge al furetto per un’ultima, disperata preghiera. Un miracolo. La donna gli ha già tolto la gallina con cui pure giocava, ora sarà la volta del suo dio? Sempre più turbato, Conradin non vede la donna uscire con il tempo che passa. Finché a uscire furtivo è Sredni Vashtar. Saltellante, l’animale si allontana, il pelo del muso e le zanne che colano un liquido scuro: Conradin si imburra abbondantemente del pane tostato, azione che la signora De Ropp non approverebbe. Quando la servitù cercherà la signora, e proromperanno infine le urla, il personale di casa prenderà a interrogarsi su chi avrebbe avuto il coraggio di dare la notizia ferale al bambino. And while they debate the matter among themselves Conradin made himself another piece of toast. Be’, chapeau! E rest in peace, Mrs De Ropp.

The Story-teller presenta una vicenda molto simile, ma con la fondamentale differenza che essa accade nel racconto che un uomo fa per intrattenere tre ragazzini. Il contastorie del titolo è un povero diavolo, un giovane che si ritrova nello scompartimento del treno una zia con tre ragazzini, due femmine e un maschio. Tre pestiferi elementi, mai zitti, in continuo movimento, indisciplinati, rumorosi, petulanti. Tre corifei dell’eterna inesausta domanda: perché? Il viaggio sarà ancora lungo. La situazione porge il destro a Saki per esporre in modo tanto succinto quanto completo la sua poetica e forse il senso stesso della letteratura. Quando infatti la zia, nel miseramente fallito tentativo di tener buoni i tre piccoli selvaggi racconta loro la storia di una bambina buonissima, diligentissima, perfettissima – e premiata dagli eventi per questo – il giovane interverrà criticandone il talento di contastorie. Sfidato dalla zia a far meglio, narrerà a sua volta la storia di una bambina buonissima, diligentissima, perfettissima – e premiata per questo con ben tre medaglie. Ma questa bambina è horribly good. E al sentire l’avverbio l’attenzione del giovanissimo uditorio si desta e le orecchie si drizzano. Bertha, la bambina horribly good, riceverà il giusto guiderdone della sua horrible goodness:per l’intempestivo tintinnare delle medaglie che porta appuntate sulla vestina, verrà divorata da un lupo nel giardino del Principe (ciò che, per il giubilo dei tre ragazzini, permette tra l’altro ai maiali del Principe di salvarsi dal lupo). La zia è debitamente scandalizzata per una storia dove la bontà non è premiata (e che i ragazzini hanno molto gradito: the story began badly, but it had a beautiful ending dice la più piccola delle femminucce). Ma il giovane le risponderà I kept them quiet for ten minutes, which was more than you were able to do. Forse la storia non sarà stata molto educativa, è vero, ma l’apologo fulminante di Saki centra il punto fondamentale: per insegnare si deve partire dal coinvolgimento di chi apprende. Così come il solo peccato mortale della letteratura è di risultare noiosa.

sabato 12 giugno 2010

Il pranzo della festa. Una storia dell'alimentazione in undici banchetti - di Martin Jones




Il pranzo della festa è un titolo persino frivolo; e il sottotitolo – Una storia dell’alimentazione in undici banchetti – pare quasi sottolineare questa leggerezza. Come spesso succede, il titolo originale è più sobrio e centrato: Feast. Why humans share food. L’argomento è arduo e complesso. Non meno però, di quanto sia affascinante e appagante una volta che ci si immerge nelle pagine del libro.

Martin Jones è un archeologo inglese, si occupa in particolare dei reperti legati al consumo e alla produzione del cibo e agli effetti dell’alimentazione sull’uomo e la sua organizzazione sociale.

Per gran parte di noi occidentali la produzione del cibo è un’attività che appare ormai remota, e la sua consumazione è un rito quotidiano che diamo per scontato. Tendiamo quindi a sottovalutare il fatto molto concreto che l’alimentazione è la base da cui non può prescindere la nostra esistenza, individuale e di specie. Neppure siamo (più) coscienti del fatto che il procacciamento del cibo è stato l’assillo più gravoso lungo quasi tutto lo snodarsi della storia del nostro genere e di quelli dai quali ci siamo evoluti.

Il libro di Jones fa qualcosa di più che semplicemente ricordarci questi aspetti che nel nostro occidentale, noncurante ingrassarci e ingozzarci tralasciamo spesso e volentieri.

Jones esegue una profonda e accurata analisi di tutti i dati in nostro possesso: archeologici, climatologici, biologici. Principiando dalla ricostruzione minuziosa delle dinamiche pre-umane di accesso e consumazione del cibo presso una comunità di scimpanzé, e proseguendo poi con l’uomo a partire dalla ricostruzione archeologica di un sito di 500.000 anni fa dove un gruppo di Homo heidelbergensis macellò e in parte consumò un cavallo selvatico, approderà alla nostra civiltà del fast-food. Undici tappe, archeologiche e non, di un percorso attraverso il quale l’autore ci conduce, dipanando una storia che ha punti di cesure e fili che al contrario paiono e sono ininterrotti. E’ una considerazione banale, ma ancora una volta è qualcosa che tendiamo a dimenticare con eccessiva facilità: il cibo – la sua disponibilità, il procacciamento, la sua consumazione – ha cambiato l’uomo durante il corso di tutta la sua esistenza come specie. Cambiato sul piano biologico, sociale, psicologico. A sua volta l’uomo a fini alimentari ha continuamente, incessantemente mutato l’ambiente naturale dove reperisce le sue fonti di cibo e i metodi impiegati per procurarselo. Ancora oggi la tecnologia più determinante – e la cesura determinante – introdotta dall’uomo è quella agricola, che ha completamente rivoluzionato i comportamenti della nostra specie: sotto il profilo economico, sociale, psicologico, religioso, fisiologico. E’ con l’agricoltura che nascono l’accumulazione di capitale e la gerarchia sociale, quindi l’interconnessa società globale nella quale viviamo. E dunque anche la guerra come paradigma del rapporto tra nazioni per il controllo delle fonti di approvvigionamento. Nessuna tecnologia, infine, ha mutato maggiormente e più in profondità il volto fisico del pianeta. Che sia stata un’innovazione felice è pertanto tutt’altro discorso.

Se l’uomo ha plasmato il suo cibo attraverso l’agricoltura, a sua volta QUEL cibo ha plasmato l’uomo. La sua disponibilità, conservabilità, riproducibilità hanno determinato il successo riproduttivo della nostra specie. Su QUEL cibo, che essenzialmente è il cereale, l’uomo ha ri-edificato la sua società e le sue credenze. A loro volta, questi memi potentissimi hanno condizionato l’uomo, fino a mimare nella nostra psiche una supposta naturalità dell’agricoltura e delle costruzioni psicosociali che ha indotto. Fino a condizionare la scelta naturale: ad esempio è sicuramente materia di riflessione il perché la nostra civiltà occidentale abbia finito per adottare come alimento base il frumento (anzi, alcune sue varietà) e non un cereale sotto quasi ogni aspetto superiore quale è l’orzo. In Asia si può proporre la stessa riflessione scambiando il frumento con il riso. L’agricoltura e le sue sovrastrutture ideali e sociali non hanno solo inciso in modo negativo sulla fisiologia umana, ma hanno introdotto un certo conservatorismo culturale nella specie, rallentandone le capacità di risposta a eventi esterni.

Sebbene il rigore tecnico con il quale Jones procede renda a volte di non immediata comprensione e fruizione la materia trattata, tuttavia quello stesso rigore, e il puntiglio dello scienziato, sviscerano l’argomento in modo così completo e profondo da permettere al lettore disposto a impegnarsi di giungere a una piena cognizione di un soggetto così complesso e dalle infinite ramificazioni nelle più varie discipline. Da un punto di vista squisitamente letterario l’ironia appena accennata di cui Jones sa far uso agevola questo percorso.

Questo rigore e questo puntiglio sono non meno importanti per illustrare il metodo di lavoro applicato, e più in generale il procedere di un’indagine scientifica, il formarsi delle ipotesi, la ricerca delle conferme, il lavoro di analisi ed esegesi delle fonti.

Il pranzo della festa non è soltanto una disamina chiara, completa e ricchissima di riflessioni collaterali sull’aspetto più centrale della storia umana allo stato delle conoscenze attuali; non è meno una narrazione potente di questa storia. Dal complesso dei dati Jones trae una materia che è viva. I siti archeologici presso i quali trasporta il lettore prendono letteralmente vita, mostrandoci l’umanità che li abitava e che lottava senza posa per sopravvivere, poi per espandersi e moltiplicarsi.

Non è frequente imbattersi in libri che riescono a fare tutto ciò. A permetterci di conoscere noi stessi, di capire come e perché siamo giunti dove siamo ora. E che lo facciano affascinando. Libri che danno senso all’attività della lettura.